«Venite e vedrete» Video commento alla Strenna 2011 del Rettor Maggiore Vi scrivo per presentare la Strenna del 2011, con la certezza di farvi un dono gradito sia per il valore che la Strenna ha nella nostra tradizione salesiana già dai tempi di Don Bosco, sia per il tema scelto che interessa la nostra vita, la nostra missione e la nostra capacità di aiutare a scoprire che la vita è vocazione, sia pure per il momento che viviamo come Chiesa e Famiglia Salesiana soprattutto in occidente. Dopo aver invitato la Famiglia Salesiana ad impegnarsi nell’evangelizzazione, il Rettor Maggiore le rivolge un accorato appello perché proponga ai giovani di diventare discepoli e apostoli di Gesù. L’evangelizzazione e la vocazione costituiscono un binomio inseparabile per la missione salesiana. L’evangelizzazione è autentica quando suscita vocazioni e progetti di vita evangelica. I racconti della chiamata degli apostoli narrati nei vangeli evidenziano come la vocazione sia un incontro, un rapporto personale di amicizia che riempie il cuore e trasforma la vita. È una sfida oggi, soprattutto nel contesto occidentale, proporre ai giovani la vocazione cristiana e progetti di vita apostolica, religiosa e sacerdotale. La Strenna di quest’anno è un invito a sentire, testimoniare e proporre la gioia che ci viene dalla vita in Cristo. Per capire come meglio fare, vi propongo un percorso di riflessione attorno a tre nuclei tematici che ritengo importanti per motivare un ulteriore e qualificato impegno vocazionale. Il primo passo che propongo, come amo dire, è “tornare a Don Bosco”! Credo sia importante conoscere la sua esperienza per scoprire i criteri e gli atteggiamenti che caratterizzarono la sua azione e, così, illuminare il nostro impegno vocazionale. Don Bosco visse in un ambiente e una cultura poco favorevoli, contrari allo sviluppo delle vocazioni ecclesiastiche, con un crescente dissenso verso la Chiesa. La libertà di culto e l’attiva propaganda protestante disorientavano il popolo semplice, presentando un’immagine negativa della Chiesa, del Papa e del clero. Si era creato nel popolo e soprattutto tra i giovani un clima impregnato dalle idee liberali e anticlericali. Don Bosco non si scoraggiò! Cercava di scoprire possibili segni di vocazione nei giovani che incontrava; li metteva alla prova tra i compagni e li accompagnava in un cammino di crescita. Si faceva, in altre parole, collaboratore del dono e della grazia di Dio. La sua azione puntava su elementi ben precisi. Si impegnava a formare un ambiente in cui la proposta vocazionale poteva essere favorevolmente accolta e perciò arrivare a maturazione. Alimentava una vera propria cultura della vocazione caratterizzata dalla presenza in mezzo ai giovani e da una testimonianza gioiosa. Un clima familiare che favoriva l’apertura dei cuori. Per nutrire tale cultura Don Bosco proponeva una forte esperienza spirituale, alimenta da una semplice ma costante pietà sacramentale e mariana, e dall’apostolato tra i compagni, vissuto con entusiasmo e disponibilità. Un secondo elemento sul quale Don Bosco puntava era l’accompagnamento spirituale. La sua azione si modulava a seconda che si trattasse di giovani o adulti, aspiranti alla vita ecclesiastica, o alla vita religiosa o semplicemente alla vita di buon cristiano e onesto cittadino. Un direttore di spirito attento e prudente, sostenuto da un intenso amore alla Chiesa. È quanto ci insegna Don Bosco! Viviamo con gioia ed entusiasmo la nostra vocazione e proponiamo a giovani e adulti, uomini e donne, la vocazione salesiana come risposta adeguata al mondo di oggi e come progetto di vita capace di contribuire positivamente al rinnovamento dell’attuale società. Abbiamo visto come Don Bosco cercasse di creare attorno a se un ambiente, o per meglio dire, una cultura vocazionale. Il secondo nucleo tematico del commento alla Strenna di quest’anno ci aiuta a comprendere che cosa sia e in che cosa consista una cultura vocazionale. Parlare di cultura vocazionale è importante perché a volte assistiamo a una diversità di pensiero e di azione tra singoli e comunità di riferimento. Una “cultura” richiede mentalità e atteggiamenti condivisi da una comunità che vive, testimonia e propone all’unisono i valori cristiani. Non può essere demandata all’azione isolata di qualcuno che opera a nome degli altri; una cultura vocazionale richiede l’impiego sistematico e razionale delle energie di una comunità. I contenuti che essa sviluppa riguardano tre aree: quella antropologica, quella educativa e quella pastorale. La prima aiuta a comprendere come la persona umana sia intrinsecamente permeata dalla prospettiva della vocazione; la seconda, aprendo alla relazionalità, favorisce la proposta di valori congeniali alla vocazione; la terza area fa attenzione al rapporto tra vocazione e cultura obiettiva e offre conclusioni operative per il lavoro vocazionale. Ogni azione o pensiero si basa su un’immagine di uomo, spontanea o riflessa, che guida il nostro dire e il nostro fare. Ciò avviene anche in ambito educativo e pastorale. Il cristiano sviluppa la sua immagine di uomo elaborando la propria esperienza e la sua comprensione alla luce della fede. La rivelazione cristiana non si sovrappone all’esperienza umana, ma svela il suo senso più profondo e definitivo. In questa prospettiva la vocazione non è un di più dato soltanto ad alcuni, ma una visione dell’esistenza umana caratterizzata dall’”appello”. Un primo compito della cultura vocazionale è, quindi, quello di elaborare e diffondere una visione dell’esistenza umana concepita come “appello e risposta”. Poiché l’essere umano è parte di una rete di rapporti, una cultura vocazionale deve aiutare a prevenire nel giovane una concezione soggettivistica dell’esistenza che lo porta ad essere centro e misura di se stesso, che concepisce la realizzazione personale come difesa e promozione di sé piuttosto che come apertura e donazione. La vita è apertura agli altri, vissuta come relazionalità quotidiana, ed è apertura alla trascendenza che svela l’essere umano come un mistero che solo Dio può spiegare e solo Cristo può appagare. L’unicità dell’esistenza chiede che si scommetta su valori importanti che vanno incarnati nelle scelte che si fanno. I giovani man mano che crescono giocano il proprio successo su un progetto e sulla qualità della vita. Un cultura vocazionale deve promuovere la crescita e le scelte di una persona in relazione al Bonum, al Verum, al Pulchrum, nell’accoglienza dei quali consiste la sua pienezza. Scoprire e accogliere la vita come dono e compito è un ulteriore impegno della cultura vocazionale. La vocazione è una definizione che la persona dà alla propria esistenza, percepita come dono e appello, guidata dalla responsabilità, progettata con libertà. Leggendo la Scrittura si scopre come il dono della vita racchiuda un progetto che man mano si manifesta attraverso il dialogo con sé stesso, con la storia, e con Dio ed esige una risposta personale. L’immagine più forte nella Scrittura è quella dell’alleanza tra Dio e il suo popolo che l’uomo deve assumere come progetto di vita guidato dalla Parola che lo interpella. Per dar vita ad una cultura vocazionale è necessario promuovere alcuni atteggiamenti non sempre apprezzati, favoriti e rettamente interpretati dalla cultura contemporanea. * La ricerca di senso negli eventi e nelle cose, la cui educazione può richiedere tempi lunghi. * L’apertura alla trascendenza, all'accoglienza del mistero, del sacro, alla riflessione e alla scelta religiosa; scoprendo i limiti dell’umano si va oltre il visibile e il razionale. * L’acquisizione di una mentalità etica che sappia orientarsi al bene rifiutando il male. Fondata sui valori piuttosto che sui mezzi, questa mentalità mira alla qualità umana del singolo e della comunità. * Acquisire una visione progettuale che organizzando risorse e tempi sappia orientare la vita verso degni ideali. * E, infine, impegnarsi nella solidarietà che mobilita ed educa al servizio plasmando la persona mentre si impegna per gli altri. Avendo tratteggiato i compiti e gli atteggiamenti di una cultura vocazionale, credo sia importante analizzare alcuni aspetti che occorre tener presenti nell’animazione e nella proposta vocazionale. * Promuovere una cultura vocazionale, soprattutto da parte della Pastorale Giovanile; * educare all’amore, alla castità e alla preghiera; * curare l’accompagnamento personale; * valorizzare la centralità della consacrazione religiosa nella missione salesiana; * fare del Movimento Giovanile Salesiano un luogo vocazionale privilegiato. Questi aspetti, che costituiscono il terzo nucleo tematico del commento alla Strenna, diventano suggerimenti operativi per i vari gruppi della Famiglia Salesiana e le realtà locali. La dimensione vocazionale è il principio ispiratore e lo sbocco naturale della pastorale giovanile salesiana. Impegnandosi a creare un ambiente nel quale si viva e si trasmetta una vera “cultura vocazionale”, la pastorale giovanile deve proporre ai giovani i diversi cammini vocazionali ed accompagnarli nel discernimento. Due gli elementi che possono aiutare lo sviluppo di una cultura vocazionale: testimoni in grado di assicurare l’orientamento e l’accompagnamento delle persone. In un contesto culturale e sociale pan-sessualizzato che trasmette i suoi continui messaggi nella strada, nella televisione, nel ciberspazio, ha una grande importanza l’educazione all’amore e alla castità. È importante aiutare gli adolescenti a integrare la loro crescita affettivo-sessuale con le altre dimensioni della persona, compresa quella della fede. A volte molti, purtroppo, hanno esperienze di poco amore in famiglia e di amicizie superficiali. Da sempre, nella esperienza spirituale della Chiesa, la preghiera è la miglior pastorale vocazionale. I giovani, oggi, nonostante il ritmo frenetico della vita e una cultura caratterizzata dal consumismo e dal relativismo etico, sembrano cercare una certa interiorità. L’educatore salesiano deve aiutare i giovani a introdursi a una vera e profonda vita di preghiera così da maturare una propria scelta vocazionale; garantendo le condizioni di base quali il silenzio, la riflessione, li aiuta a leggere la propria vita, all’ascolto, alla contemplazione, gratuità e fiducia. La preghiera cristiana, centrata sull’ascolto e sullo studio della Parola di Dio, si alimenta con partecipazione alla vita liturgica e sacramentale della Chiesa. La preghiera salesiana, in modo particolare, è caratterizzata da uno stile e una forma attuali di organizzare la vita attorno ad alcune percezioni di fede, opzioni di valori e atteggiamenti. Solo con una vita di preghiera centrata in Cristo il giovane potrà chiarire e consolidare la propria scelta vocazionale, soprattutto se è una vocazione di consacrazione speciale. Un altro elemento fondamentale nella pastorale vocazionale è l’accompagnamento personale del giovane. La grazia dello Spirito che opera nel cuore delle persone ha bisogno della collaborazione della comunità e di un maestro spirituale. L’accompagnamento salesiano, pur privilegiando il dialogo personale, è caratterizzato da un insieme di relazioni che aiutano il giovane ad assimilare i valori e le esperienze vissute. Per questo accanto a ogni santo esiste un maestro di spirito che lo ha accompagnato e guidato. Questo processo, strutturato da esperienze e livelli successivi, deve privilegiare alcuni punti fondamentali: * la conoscenza di sé stessi scoprendo i propri doni e i limiti; * il riconoscimento di Gesù come il Signore Risorto e senso supremo della propria esistenza; * la capacità a leggere l’esperienza della propria vita e gli avvenimenti della storia come dono di Dio e come chiamata a mettersi a disposizione della missione per il Regno di Dio; * l’assimilazione dei valori evangelici come criteri permanenti che orientano le scelte della vita quotidiana. La missione educativa ed evangelizzatrice della Famiglia Salesiana è arricchita dalla presenza significativa e complementare di sacerdoti, religiosi, consacrati e laici. La consacrazione religiosa si pone nella Famiglia Salesiana come un segno necessario; essa esprime una scelta totale nella sequela di Gesù e indica ai laici che nella missione non è semplicemente un aiuto complementare, ma una particolare esperienza di Dio condivisa nella stessa spiritualità e nella stessa missione. Seguendo l‘esempio di Don Bosco, che sapeva coinvolgere i suoi ragazzi in coraggiose iniziative, si delineano due piattaforme da valorizzare: l’associazionismo giovanile e il volontariato. * Il Movimento Giovanile Salesiano è una realtà piena di vita e rappresenta un’espressione significativa della forte attrazione che la persona e il carisma di Don Bosco esercitano ancora oggi sui giovani. È compito della Famiglia Salesiana valorizzare e accompagnare questa esperienza associativa e, con coraggio e libertà, proporre un impegno vocazionale affidandosi all’azione dello Spirito. * Il volontariato è sempre più una palestra dove si sperimenta una visione vocazionale della vita, ispirata al Vangelo vissuto secondo la Spiritualità Giovanile Salesiana; una vera scuola di vita che aiuta ad educare i giovani a una cultura di solidarietà nei confronti degli altri, soprattutto dei più bisognosi. Nei miei viaggi costato l’enorme forza di attrazione ed entusiasmo che suscita la persona di Don Bosco tra i giovani e gli adulti, la gente semplice e le autorità, i politici, gli operatori sociali, anche se di differenti culture e religioni. Molti sono riconoscenti per la presenza e l’opera salesiana e si sentono orgogliosi di aver esperimentato la pedagogia salesiana. Sovente il ricordo di Don Bosco suscita un grande entusiasmo popolare e mobilita intere popolazioni. Siamo eredi e continuatori di un carisma speciale che Dio ha suscitato per i giovani, soprattutto i più poveri e a rischio. Dobbiamo vivere e testimoniare la nostra vocazione salesiana con un grande senso di ringraziamento. Dobbiamo parlare della nostra vocazione, di Don Bosco e della sua missione, di quei fratelli e sorelle che hanno vissuto e vivono la loro vocazione in modo ammirevole e attraente. Vi propongo un racconto che racchiude i temi che hanno a che vedere con la concezione della vita come vocazione. A voi lascio l’approfondimento. LA CAROVANA NEL DESERTO Nel lontano Oriente, viveva un imperatore ricco e potente. In tutte le corti del mondo si tessevano le lodi del suo regno, dei suoi palazzi, della sua saggezza. Ma i bardi e i cantastorie che peregrinavano di castello in castello decantavano soprattutto le sue immense ricchezze. «Solo i gioielli del suo diadema farebbero vivere una città!» declamavano. Come sempre succede, tutto questo fomentò l’invidia e la cupidigia di altri re e di altri popoli. Alcune tribù di barbari feroci e violenti si ammassarono ai confini e invasero il regno. Nessuno riusciva a fermarli. L’imperatore decise di rifugiarsi tra le fedeli tribù che vivevano tra le montagne, al di là del terribile deserto. Una notte, lasciò il palazzo imperiale seguito da un’agile carovana che trasportava il suo favoloso tesoro di piastre d’oro, gioielli e pietre preziose. Per rendere la marcia più spedita, lo accompagnavano soltanto le sue guardie scelte e i paggi, che gli avevano giurato fedeltà assoluta fino alla morte. La pista attraverso il deserto serpeggiava tra dune di sabbia bruciate dal sole, strettoie anguste e valichi scoscesi. Una pista conosciuta da pochi. A metà del cammino, mentre si arrampicavano per un pendio ghiaioso, sfiniti dalla fatica e dall’infuocato riverbero delle rocce, alcuni cammelli della carovana crollarono boccheggianti e non si rialzarono più. I forzieri che trasportavano rotolarono per i fianchi della duna, si sfasciarono e sparsero tutto il loro contenuto di monete, monili e pietre preziose, che si infilarono tra i sassi e nella sabbia. Il sovrano non poteva rallentare la marcia. I nemici si erano probabilmente già accorti della sua fuga. Con un gesto tra il dispiaciuto e il generoso, invitò i suoi paggi e le guardie a tenersi le pietre preziose che riuscivano a raccogliere e portare con sé. Una manciata di quei preziosi oggetti assicurava la ricchezza per il resto della vita. Mentre i giovani si buttavano avidamente sul ricco bottino e frugavano affannosamente nella sabbia e tra le pietre, il sovrano continuò il suo viaggio nel deserto. Si accorse però che qualcuno continuava a camminare dietro di lui. Si voltò e vide che era uno dei suoi paggi, che lo seguiva ansimante e sudato. «E tu» gli chiese «non ti sei fermato a raccogliere niente?». Il giovane lo fissò con uno sguardo sereno, colmo di dignità e di fierezza, e rispose: «No, signore. Io seguo il mio re». A questo racconto ho voluto abbinare, quest’anno, anche una preghiera di Madeleine Delbrel, una laica francese serva di Dio, che esprime il completo affidamento nelle mani di Dio lasciandosi guidare dallo Spirito. "Per essere un buon danzatore, con Te come con gli altri, non occorre sapere dove conduca la danza. Basta seguire il passo, essere contento, essere leggero, e soprattutto non essere rigido. Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace fare. Bisogna essere come il prolungamento, agile e vivo, di Te. E ricevere da Te la trasmissione del ritmo dell’orchestra. Bisogna non volere avanzare ad ogni costo, ma accettare di voltarsi indietro, di procedere di fianco. Bisogna sapersi fermare e saper scivolare anziché camminare. E questi sarebbero soltanto passi da stupidi se la musica non ne facesse un’armonia. Noi però dimentichiamo la musica del Tuo spirito, e facciamo della vita un esercizio di ginnastica; dimentichiamo che fra le Tue braccia la vita è danza e che la Tua santa volontà è di un’inconcepibile fantasia. Se fossimo contenti di Te, Signore, non potremmo resistere al bisogno di danza che dilaga nel mondo, e arriveremmo a indovinare quale danza Ti piace farci danzare, sposando i passi della Tua Provvidenza". Viviamo con fierezza e grata riconoscenza la nostra vocazione. Vi invito ad essere per i giovani vere guide spirituali, come Giovanni Battista che addita Gesù ai suoi discepoli dicendo loro: “Ecco l’Agnello di Dio!”