Editoriale

Stavamo ore, da bambini, con gli occhi che frugavano il cielo buio per sorprendere le stelle cadenti.  Ci dicevano: “Quando vedi una stella che cade, esprimi un desiderio”. Ma è sempre triste vedere una stella che si stacca dal cielo e cade. Dove vanno le stelle che cadono?

Una delle esperienze più belle che viviamo come educatori è quando un giovane si avvicina a noi durante il giorno e ci chiede un minuto perché deve confidarci qualcosa di importante: «Don, sono innamorato, sono la persona più felice del mondo. Volevo proprio dirtelo perché sei una persona importante per me». Il volto ha una strana luminosità, le parole si accavallano, c’è agitazione e poi il silenzio. Aspettano la nostra risposta. A volte aspettano solo che diciamo loro che siamo felici e che condividiamo la loro gioia, una parola di incoraggiamento. Si sente la magia del momento.

Ciò che più serve a un adolescente è essere “sentito”.

In generale si sente dire che i giovani sono: appassionati, impavidi, idealisti, spericolati. È vero che i giovani sono così, a volte potrebbe essere un vantaggio o un pericolo. Ma, un freddo dicembre del 1859, nel silenzio della periferia di Torino, in una stanza modesta, 19 giovani ascoltavano attenti le parole di un prete sognatore e fecero un patto: promisero di darsi interamente a Dio e di aiutare i giovani per tutta la vita. E di essere come don Bosco, quel prete che soprattutto li amava.

Molti sostengono che il mondo è fatto di numeri, ma non è fatto anche di parole? Il linguaggio è lo strumento di comunicazione più efficace per gli esseri umani. Una delle emozioni più profonde dei nostri genitori è stata quella di sentirci dire la prima parola quando imparavamo a parlare. Ci sono parole che causano più danni nella nostra vita di una pugnalata e altre che sono balsami che guariscono le ferite più profonde. La nostra società e l’intera realtà che siamo sono state costruite sulle parole.

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