Italia – Portare Misericordia tra i giovani detenuti
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15 Novembre 2017

(ANS – Catania) – Nell’andare a trovare i giovani ristretti nel penitenziario, accompagnandoli nelle varie attività che si svolgono lì dentro – a scuola, nell’ora di ricreazione, nei laboratori, al catechismo o in chiesa per la messa – la missione fondamentale per un cappellano, come per un educatore è: “portare misericordia”.

di don Francesco Bontà, SDB

“Portare misericordia” è sempre una sfida, e a maggior ragione in un ambiente difficile come il penitenziario minorile “Bicocca” di Catania: luogo impegnativo, ma bello per chi ogni giorno scommette sulla crescita di questi ragazzi che, come diceva Don Bosco “hanno un punto accessibile al bene”. Sono quelle potenzialità che devono essere scoperte dall’educatore.

“Portare Misericordia” vuol dire portare loro la carezza di Dio – come ripete Papa Francesco – perché così ha fatto per primo Dio con noi, con la sua misericordia, con Sé stesso. Portarla a quelli che hanno maggior bisogno, a quelli che hanno una sofferenza nel cuore e che sono tristi; avvicinarsi con quella carezza di Dio, che è quella che Lui ha avuto con noi.

Allora tutti coloro che vanno incontro ai ragazzi – nella scuola, nelle attività, nel tempo libero, gli insegnanti, gli educatori, agenti, volontari… – diventano un segno di Dio, quel Dio concreto che è vicino.

Negli occhi di coloro che si spendono per i più piccoli si vedono piccoli gesti di amore, di tenerezza e di cura. Così Dio è più vicino a loro. Così ha più senso aprire la Porta della Misericordia, quella che nel giugno del 2016 mons. Salvatore Gristina ha aperto nella cappella del Penitenziario. Una porta aperta fra muri chiusi.

Bisogna guardare a Gesù, perché Lui si è impegnato in maniera completa per restituire speranza ai poveri, a quanti erano privi di dignità, agli stranieri, agli ammalati, ai prigionieri e li accoglieva con bontà e rispetto. In tutto questo, Gesù era espressione vivente della Misericordia del Padre.

Il servizio accanto ai detenuti è “un ministero mai facile”, come dice don Raffaele Grimaldi. Bisogna essere “uomini di ascolto, affrontare storie di grande sofferenza”

E prosegue: “Non abbiamo la bacchetta magica, ma dietro di noi c’è la Chiesa che ci invia. In carcere c’è una comunità cristiana: forse disobbediente, che ha fatto sbagli, ma che attende un annuncio. E i cappellani debbono fare da ponte tra carcere e parrocchie, coinvolgere le comunità ‘fuori’, perché la pastorale ‘dentro’ non diventi debole o nascosta”.

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