Siria – La vita di Samar, Rashad… E di milioni di Siriani è ancora in pericolo

09 Luglio 2020

(ANS – Damasco) – In Siria, dopo il primo caso di contagio da Covid-19 annunciato il 22 marzo, il Presidente ha deciso di adottare tutte le misure di contenimento: è stata disposta la chiusura di tutti i mercati e delle attività commerciali, è stato imposto il coprifuoco, sono state congelate tutte le principali operazioni militari e gli scontri locali sono quasi del tutto cessati. Ad oggi i casi accertati sono 372, le vittime 14, ma, come in altri Paesi, i dati non sono del tutto trasparenti e nelle ultime settimane il contagio sta aumentando.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità un focolaio su larga scala potrebbe essere catastrofico per la popolazione: la metà degli ospedali sono stati distrutti dall’inizio della guerra ad oggi e più del 50% del personale medico è stato ucciso durante il conflitto o ha lasciato il Paese.

Se il virus dovesse diffondersi nei campi profughi sarebbe impossibile da contenere, il distanziamento fisico è impraticabile. Per questo motivo oltre 200mila persone stanno abbandonando i campi sovraffollati per cercare altri rifugi temporanei oppure per tornare nelle vecchie case quasi completamente distrutte dalle quali erano scappate a causa dei bombardamenti.

Il progressivo deterioramento economico, tuttavia, non si è arrestato, anzi. La preoccupazione principale per tutta la popolazione è l’instabilità economica e la mancanza di beni di prima necessità.

La storia di Samar è uno spaccato della realtà siriana: donna 51 anni, vive nell’area di Alidan ad Aleppo, con tre figli di 20, 18 e 15 anni. Il marito è deceduto nel 2016, lei non lavora, l’unica fonte di reddito della famiglia è il lavoro dei tre ragazzi. Tutti e tre lavoravano in un ristorante, che è stato chiuso all’inizio delle misure di contenimento, tutti e tre hanno perso il lavoro, un lavoro che permetteva loro di avere una piccola fonte di guadagno giornaliera che bastava per comprare gli alimenti per sopravvivere.

Dall’inizio di giugno il Governo ha permesso la riapertura delle attività per cercare di far ripartire l’economia, ma il Paese oramai è al collasso. La svalutazione della moneta ha provocato un aumento vertiginoso dei prezzi di tutti i beni e questo influenza concretamente la vita di tutti giorni di numerose famiglie siriane, come quella di Samar – soprattutto dopo aver perso l’unica fonte di guadagno – o come quella di Rashad, che possiede un piccolo negozio specializzato nella distribuzione di diversi tipi di prodotti lattiero-caseari.

Rashad è un beneficiario del progetto di sostegno all’imprenditoria giovanile realizzato dai salesiani di Aleppo e Damasco; allievo del Centro Don Bosco di Damasco, è sposato e ha due figli. Grazie al percorso di imprenditorialità era riuscito ad avviare la sua piccola attività, che inaspettatamente fruttava discretamente, fino a quando, a seguito dell’epidemia, tutti i negozi hanno dovuto chiudere.

La chiusura dell’attività è stato un duro colpo, ma anche la ripresa non è stata per niente facile. Il drastico cambiamento dei prezzi è diventato un problema enorme. Sostiene Rashad: “Quest’instabilità dei prezzi sta colpendo i clienti e si traduce in un basso potere d’acquisto e maggiori perdite. Il formaggio che costava 1.200 lire siriane (SYP) ora costa 2.400 SYP. La mozzarella la vendevo a 3.600 SYP al kg, ora a 5.200 SYP, il prezzo del formaggio a pasta intrecciata, sia dolce che salato, si aggirava intorno ai 2.500 SYP/kg ora il suo costo è 3.500 SYP. Se pago 3.300 SYP per un prodotto specifico, riesco a venderlo a 3.500 SYP, tuttavia i 3.500 SYP non sono sufficienti perché i giorni successivi: quando vado a comprare lo stesso prodotto per rifornire il negozio scopro che il suo costo è aumentato a 3500 SYP, il prezzo di vendita!”

Migliaia di famiglie siriane sono sull’orlo della rovina finanziaria, anche a causa del prosciugamento delle rimesse straniere che per anni sono state un sostegno fondamentale, e per il rinnovo delle sanzioni economiche anti-siriane.

Le parole di un collaboratore dell’Ufficio di Pianificazione e Sviluppo dell’Ispettoria del Medio Oriente (MOR), residente in Siria, esprimono in maniera efficace cosa vuol dire non avere la possibilità di poter comprare il minimo indispensabile per non morire di fame: “La gente ad oggi vive in condizioni di povertà estrema e non ha le risorse necessarie a coprire i bisogni fondamentali. Ho visto con i miei occhi persone mangiare dai cassonetti della spazzatura per strada, e non erano senzatetto: erano solo persone affamate che non avevano soldi per comprare cibo”.

Ulteriori informazioni sono disponibili su: www.missionidonbosco.org 

InfoANS

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