Ucraina – Mons. Ryabukha: “Io, nuovo vescovo in Donetsk, che non posso incontrare la mia gente”

10 Novembre 2022

(ANS – Donetsk) – Tra poco più di un mese il salesiano Maksim Ryabukha diventerà Vescovo Ausiliare dell’Esarcato Arcivescovile di Donetsk, una diocesi con numerosi territori occupati, nei quali non potrà entrare. Eppure, è certo: “Dove tutto crolla e viene bombardato, portiamo la speranza e la luce di Cristo”.

I suoi ragazzi lo prendono già un po’ in giro. “Sappiamo dove si troverà il più grande oratorio salesiano al mondo. Sarà quello che fonderai e che comprenderà il Donbass, Zaporizhzhia e Dnipro”. Mons. Ryabukha sorride. E da Figlio di Don Bosco sa bene che un po’ di verità c’è nelle parole dei giovani di Kiev che presto dovrà lasciare. Ma è altrettanto consapevole che da nuovo vescovo ausiliare greco-cattolico di Donetsk – benché la sua nuova diocesi arrivi fino alla centrale nucleare contesa fra russi e ucraini – non potrà per adesso mettere piede in una parte delle regioni su cui insiste la sua nuova Chiesa e incontrare la gente che vive nei territori occupati dall’esercito di Mosca. Impossibile entrarci. Figurarsi se si è un vescovo cattolico, come don Ryabukha.

“Ne sono consapevole purtroppo – racconta il sacerdote 42enne originario di Leopoli –. Ma grazie ai preti che continuano a stare nelle zone controllate dal Cremlino, ho già voluto far arrivare il mio saluto a tutti”. E qualcuno dei fedeli ha risposto: “Non conosco questo nuovo vescovo, ma mi sta già simpatico”. Difficile non essere contagiati dall’ottimismo, saldo nel Vangelo, di Mons. Ryabukha che sarà pastore in uno degli angoli più difficili dell’Ucraina. L’ordinazione episcopale si terrà nella Cattedrale della Risurrezione a Kiev il 22 dicembre quando in Oriente si celebra l’Immacolata Concezione. Un ministero che comincia nel segno della Vergine: quasi naturale per un salesiano.

“Non posso vedere tutto il mio popolo. Ma lo porto nel cuore e lo sostengo con la preghiera. E cercherò di stargli accanto anche con i mezzi di comunicazione”, racconta. “La guerra non è iniziata il 24 febbraio, ma nel 2014. Ecco perché la vittoria che auspico è quella della pace. Sicuro che, come ci ricorda Cristo, la morte non ha mai l’ultima parola e l’ingiustizia umana è destinata a scomparire”.

Però ora è il tempo della sofferenza. “I lutti per la morte di parenti e amici, la distruzione che subisce il Paese, il dramma dei profughi costretti a lasciare le loro case sono accompagnati da dolori spirituali che si sperimentano quando si tocca con mano il male. Ci vorrà pazienza prima che tutte queste ferite siano sanate, ma sono persuaso che la Provvidenza ci aiuterà”.

Al suo nuovo clero, o almeno ai preti che possono muoversi, il salesiano ha appena predicato gli esercizi spirituali. “Ogni volta mi sorprende la loro vicinanza alle comunità, mettendo a rischio anche la vita. Però, come mi ha detto qualcuno rimasto nelle zone dove si combatte, sono il ‘segno che Dio non ci ha abbandonati’. È nostro compito portare la luce del Risorto e la speranza dove tutto crolla. Allora dico che abbiamo bisogno di sacerdoti in grado di guardare avanti e persino di sognare”.

Conosce già l’Est del Paese, Mons. Ryabukha, nonostante nato nell’Ovest. “E lo porto da sempre nel cuore”, confida. Ha abitato due anni a Dnipro nella casa dei salesiani; ha incontrato più volti i giovani; ha organizzato i “campi per i ragazzi in guerra” di Donetsk e Lugansk. Da vescovo vivrà a Zaporizhzhia, nella canonica di una parrocchia che definisce “sede temporanea”. “Mi commuove il senso di solidarietà germogliato durante il conflitto. Tutti sono pronti a dare una mano: ad esempio, accogliendo gli sfollati oppure condividendo quel poco che hanno. Ciò mostra come la fraternità sia più forte della prova che l’Ucraina sta affrontando”.

Poi torna con la mente alle Messe nei sotterranei dei condomini all’inizio dell’invasione russa oppure alle celebrazioni negli appartamenti. “Il periodo più difficile è stato superato. Non c’è scoraggiamento perché le persone credono nel bene. Ma restano il terrore, i massacri, le uccisioni. Per questo è importante non tacere il dolore. La Scrittura ci insegna che la verità ci rende liberi”.

Per questo, dopo una pausa, conclude: “Mentre piombano le bombe sulle nostre città, è difficile parlare di riconciliazione. Però arriverà un momento in cui potremo riattraversare i reciproci confini. E ciò che dovremo ricostruire non saranno solo le mura, ma soprattutto la dignità umana che i regimi totalitari hanno da sempre calpestato e strumentalizzato. Tutti noi siamo ‘le mani di Dio’: guai a chi impone di usarle per annientare il prossimo o il vicino di casa”.

Fonte: Avvenire

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