UN MISSIONARIO TORNA, ALTRI 34 PARTONO
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15 Novembre 2017

Ho scelto questo titolo vagamente enigmatico perché voglio riferirmi a un missionario salesiano che è stato rapito ed è rimasto in balia dei sequestratori per 18 mesi e ad altri 34 Salesiani di Don Bosco e Figlie di Maria Ausiliatrice che quasi contemporaneamente sono partiti per la Missione in diverse parti del mondo. Questi nostri fratelli e sorelle incarnano il coraggio e la forza del Vangelo. Dall’11 novembre del 1875, sono state 148 le spedizioni missionarie della Famiglia Salesiana. Un numero che suscita in noi un profondo sentimento di gratitudine.

Un “grazie” che ho sentito forte e vero per un avvenimento che è stato un toccante “Grazie” e un Dono di Dio. La sera del 12 settembre scorso ricevemmo una chiama che ci comunicava che don Thomas Uhzunnalil era stato liberato ed era già in volo verso Roma su un aereo del Sultanato dell’Oman.

La notizia, dopo 18 mesi di sequestro, mesi di speranza e di trepidazione, fu un annuncio meraviglioso. Corremmo a riabbracciare il nostro fratello salesiano Tom. Era fisicamente debolissimo; aveva perso trenta chili e il 38% della massa corporea, era incerto nel camminare perché era stato immobilizzato per tutto il tempo, ma di spirito era forte, sereno, lucido e pieno di pace e di letizia. Tutto questo mi ha fatto pensare alla benevolenza di Dio capace di trasformare ciò che è debole e fragile nella voce della sua presenza e della sua forza.

Don Tom ci raccontava che aveva vissuto quei 18 mesi con serenità e pace, ringraziando Dio ogni sera per il giorno che gli era stato donato, anche se non era potuto uscire dalla stanza dove era relegato, né vedere la luce. Ogni volta diceva a Dio che se all’indomani fosse stato l’ultimo giorno della sua vita sarebbe andato sereno incontro a Lui. Il nostro confratello Tom pregava ogni giorno per i suoi carcerieri e per la sua vita. Pregava per le suore missionarie della Carità di Madre Teresa che erano state assassinate davanti a lui. Pregava per le sue persone care, per la Famiglia Salesiana e per i giovani.

«IL SACRIFICIO EUCARISTICO ERO IO STESSO, IL MIO STESSO CORPO ERA UN SACRIFICIO VIVENTE GRADITO A DIO»

Il salesiano racconta di aver vissuto e trovato forza, durante il sequestro, dalla “comunione spirituale”: «Ho celebrato spiritualmente la messa ogni giorno, ricordando a memoria le letture e le parti della liturgia, non avendo né i testi liturgici, né le specie del pane e del vino per celebrare il sacrificio eucaristico». Ma in quel momento, in mano ad aguzzini che avrebbero potuto porre fine alla sua esistenza terrena, «il sacrificio eucaristico ero io stesso, il mio stesso corpo era un sacrificio vivente gradito a Dio», nota. 

Pensava con serenità e pregava. Pregava e pensava con gioia e tranquillità, dominando i suoi pensieri perché non fossero oscurati dall’inquietudine e dal turbamento.

Così è tornato tra noi pieno di pace e di tranquillità. Naturalmente questa dolorosa esperienza lo ha fatto crescere molto nella vita interiore. Ora non pretende niente. Non si aspetta alcun riconoscimento. Vuole soltanto continuare a servire lavorando serenamente.

Ci parla semplicemente della sua condizione di missionario. Stava in Yemen come missionario e ha continuato a sentirsi missionario più che mai nei 18 mesi di prigionia, anche se non poteva “far niente”, ma era “tutto”, perché ogni giorno consegnava se stesso, con assoluta innocenza.

La grande missionarietà eroica della Chiesa.

Negli stessi giorni, mentre don Tom riceveva le prime cure a Roma, altri 21 Salesiani e 13 Figlie di Maria Ausiliatrice ricevevano il crocifisso missionario.

Tutti con il cuore pronto a servire là dove c’è la necessità più bruciante. Lasciano il mondo conosciuto, spezzando il cerchio delle amicizie e degli affetti familiari, per abbracciare la vita di altra gente, altre sensibilità, altre lingue e altri volti.

C’è un ponte di fede e di coraggio tra don Tom e i nuovi missionari. Il messaggio del nostro confratello Tom ai nuovi missionari è quello di una vita donata.

Come afferma Papa Francesco: «La missionarietà, non è fare proselitismo, perché mi diceva questa suora che le donne musulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono infermiere brave, che le curano bene, e non fanno la catechesi per convertirle! Testimonianza. Poi, a chi vuole, fanno la catechesi. Ma testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa».

Ricordo la storia di una suora missionaria che stava accuratamente curando le piaghe ripugnanti di un lebbroso. Faceva il suo lavoro sorridendo e chiacchierando con il malato, come fosse la cosa più naturale del mondo.

A un certo punto chiese al malato: «Tu credi in Dio?».

Il pover’uomo la fissò a lungo e poi rispose: «Sì, adesso credo in Dio».

Faccio mio il messaggio del Papa: «Annunziare Gesù Cristo con la propria vita! Io mi rivolgo ai giovani: pensa a cosa vuoi fare tu della tua vita. È il momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la Sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri paesi. Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quelli che cercano un’altra cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente».

Questo mi hanno detto i fatti di settembre, nella loro vivida realtà. I missionari donano la loro vita in modo assoluto e radicale. Nessuno li chiama “eroi”, ma loro testimonianza scuota i nostri cuori.

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