RMG – Migranti forzati: sulle definizioni ci vuole chiarezza, anche giuridica
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07 Marzo 2017

(ANS – Roma) – “Essere sradicati dalle proprie case”. Utilizza questa metafora l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) per descrivere le migrazioni forzate. Il rifugiato è come un albero che perde le proprie radici, costretto ad abbandonare il terreno nel quale è cresciuto. Lo ha ricordato l’avvocato Andrea Pecoraro, esperto in diritto dell’immigrazione e in diritto d’asilo, in un incontro della Scuola di Mondialità dal titolo “Chiarezza giuridica: rifugiato, clandestino, richiedente asilo, profugo”. La scuola, aperta ai giovani dai 18 ai 30 anni, è promossa dall’Animazione Missionaria dei Salesiani dell’Italia Centrale e offre opportunità di riflessione sulle dinamiche del mondo in ottica salesiana e missionaria.

di Giorgio Marota

La narrazione dell’immigrazione e delle migrazioni forzate pretende una correttezza maggiore, bisogna rispettare l’uomo prima del suo status giuridico. Pecoraro, che lavora dal 2008 con l’UNHCR, nella sua lezione ha chiarito alcuni termini che oggi, anche a causa di un’informazione distratta e superficiale, creano confusione. “Protezione internazionale” è uno di questi: “È compito primario di qualsiasi paese garantire la protezione ai propri cittadini. Quando questo non avviene si ricorre alla protezione internazionale, condivisa da tutti i paesi delle Nazioni Unite che hanno sottoscritto la dichiarazione universale dei diritti umani”.

Un rifugiato quindi non abbandona la propria terra per scelta, è costretto a fuggire sapendo bene che forse non ritornerà più a casa; è una persona che, secondo la definizione acquisita dalla convenzione di Ginevra del 1951, teme di essere perseguitata per razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, che si trova fuori dal suo paese e non vuole avvalersi della protezione di questo Paese.

Anche il concetto di “irregolarità” pare sempre più relativo: “qualsiasi persona che lascia il proprio paese per andare in un altro paese, senza un visto, è irregolare. Ma se dichiara di aver bisogno di protezione internazionale va accolto. Il diritto di richiedere asilo fa parte dei diritti umani e per questo rifiutiamo il concetto di clandestino. Preferiamo parlare di persona straniera in posizione irregolare”.

Oggi, nel mondo, c’è il più alto numero di migranti forzati nella storia. Nel 2015 il numero è arrivato a 65,3 milioni, di cui la metà bambini. Una persona ogni 113 nel pianeta è costretta a lasciare la propria casa. Migranti forzati sono i rifugiati, ma anche gli sfollati interni, ossia coloro che lasciano la propria casa, ma non lasciano il proprio paese.

Contrariamente a quanto si possa credere, l’Europa accoglie solo il 15% di questi 65 milioni. Sono i paesi limitrofi ai luoghi di emigrazione ad accogliere il maggior numero di migranti forzati, perché chi lascia la propria casa, spera, prima o poi, di tornarci. Emblematico il caso del Libano, che ospita oltre un milione di migranti forzati, per lo più Siriani in fuga dalla guerra, e sul totale della popolazione gli immigrati sono un terzo.

Come Emmanuel, 16 anni, originario del Sudan del Sud. I soldati hanno ucciso sua madre e preso il padre, lui è fuggito nella Repubblica Democratica del Congo insieme alle sue 6 sorelle più piccole. Dovrà badare a loro e non può più permettersi di essere un bambino: “adesso potrei piangere mentre parlo – racconta emozionato in un video – ma sono un uomo”.

Storie come questa ce ne sono tantissime. Basta guardare i video nel canale YouTube dell’UNHCR per rendersene conto. Un’altra storia che colpisce è quella di Alidad, fuggito dall’Afghanistan quando aveva 10 anni dopo aver perso padre, madre e sorella. Il suo viaggio è durato in totale 4 anni e 6.000 km. Oggi è laureando in Filosofia Politica, ha scritto un libro sulla sua storia e collabora ad un giornale locale: “Non sono un ragazzo coraggioso, sono un ragazzo come gli altri. Ma a differenza degli altri non ho avuto altra scelta”.

La scelta noi invece l’abbiamo eccome: “a partire da un’informazione più corretta”, ha osservato l’avvocato. Usare una terminologia corretta e un linguaggio appropriato, che dia dignità all’uomo e al tempo stesso rispetti le differenze, è quindi il primo passo per un’informazione davvero etica e consapevole.

Fonte: Reti Solidali

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