Italia – Giubileo dei Giovani, a Roma anche tanti giovani ucraini; e i salesiani sempre al loro fianco

05 Agosto 2025
Foto ©: ACI Stampa

(ANS – Roma) – Nel milione di ragazzi e ragazze che hanno partecipato al Giubileo dei Giovani c’erano circa 2.000 pellegrini ucraini, che si sono messi in viaggio per raggiungere Roma. Erano della Chiesa greco cattolica ucraina e della Chiesa cattolica latina e hanno seguito il programma giubilare insieme a tutti i giovani del mondo. Ad accompagnare alcuni di questi giovani c’erano anche i presuli salesiani Mons. Maksym Ryabukha, Vescovo dell’Esarcato Greco-Cattolico di Donetsk, e Mons. Vitaliy Kryvytskyj, Vescovo di Kyiv-Zhytomyr dei Latini, che così commentano l’esperienza giubilare.

Il soffio della vita

Mons. Ryabukha racconta l’esperienza vissuta dai giovani ucraini a Roma: “Il Giubileo dei Giovani – ha spiegato Mons. Ryabukha – è il momento in cui i giovani di tutto il mondo fanno comunità, fanno Chiesa. Ma per questi ragazzi ucraini è stato anche un tempo di incontro con chi dice loro: ‘Vi sosteniamo, e con voi aspettiamo e speriamo nella pace’”.

“Durante questo Giubileo – aggiunge – hanno scoperto di non essere soli. Passeggiando per le strade, visitando le chiese o persino facendo la fila per il pranzo o la cena, hanno sentito in modo concreto l’affetto di chi era accanto a loro: ‘Voi siete dell’Ucraina? Noi siamo con voi. Vi vogliamo bene’. Queste parole hanno portato luce nei loro cuori, serenità nei pensieri e la certezza di non essere dimenticati o abbandonati. Essere riconosciuti, visti e accolti è un segno grande di tenerezza: la tenerezza di Cristo, della Chiesa e del mondo cristiano. Sapere di essere parte di una famiglia è una risorsa di forza e di speranza”.

I giorni di Giubileo sono stati il momento in cui riuscire a “respirare il soffio della vita”, continua il vescovo. “Lì dove viviamo, dove quotidianamente esplodono bombe, si viene schiacciati dall’ingiustizia che viene perpetrata contro la vita umana. Ecco che per loro è importante incontrare qualcuno che sappia indicare le ragioni di vita, trovando Dio si riesce anche a condividere questo incontro con gli altri. Molti dei giovani che sono qui arrivano da zone di guerra, dove è impossibile vivere l’esperienza di dormire nella propria casa, perché ci sono i droni che uccidono, che fanno esplodere le case, le macchine. Molti quindi, assieme alle loro famiglie, al calare del sole, si spostano in campagna, nei prati, lungo i fiumi. È una vita difficile, che ti fa sentire impotente”.

Le parole di Papa Leone, un balsamo sulle ferite

A margine dell’Angelus domenicale recitato a Tor Vergata Papa Leone ha rivolto un pensiero speciale ai giovani di Gaza, dell’Ucraina, delle terre bagnate dal sangue provocato dai conflitti. Parole che hanno scaldato il cuore del vescovo salesiano e dei giovani da lui accompagnati.

“Le parole di papa Leone – osserva il Vescovo di Donetsk – sono un invito a non perdere la speranza, a guardare avanti e ad avere Cristo come traguardo della nostra vita, del nostro cammino e del nostro impegno. Ed esprimono anche fiducia nei giovani, chiamandoli ‘sale della terra e luce del mondo’.  Anche i giovani sentono questa carica di speranza e questa possibilità di poter vivere pienamente, con il desiderio di costruire la vita su una roccia sicura: Dio che è il Dio dell’amore e della pace. Insieme alle tante relazioni di amicizia che sono nate in questi giorni, tutto ciò diventa una carica in più a guardare con speranza avanti”.

L’impegno per una pace giusta

Ad accompagnare i ragazzi ucraini a Roma c’era anche Mons. Kryvytskyi, che racconta che per alcuni vescovi di altri Paesi è stato difficile credere che un così gran numero di giovani ucraini sia riuscito ad arrivare a Roma. “La gente pensa che, dato che siamo in guerra, viviamo come se fossimo congelati, che dato che viviamo altri problemi per noi non sia una priorità, oggi, la necessità di unirsi alla Chiesa tutta. Il fatto che siamo qui, invece, dimostra che per noi è fondamentale essere in unione con tutta la Chiesa, parlare di ciò che stiamo vivendo oggi in Ucraina e delle sfide che affrontiamo. E che quindi è importante per noi esortare la Chiesa a parlare di ciò che sta realmente accadendo in Ucraina. Noi stiamo qui anche per dire tutta la verità e per esortare le persone, i giovani, a non tacere, ma ad impegnarsi per una pace giusta in Ucraina e in altre parti del mondo”.

La speranza per resistere alla guerra

Durante tutto il periodo di guerra, la Chiesa in Ucraina è rimasta accanto alle persone, in particolare i giovani, fornendo sostegno sotto forma di aiuti umanitari. Tra le sfide della pastorale in tempo di guerra vi è anche la ricerca di un modo per coltivare la speranza. “Il fatto che quest’anno sia dedicato alla speranza – prosegue Mon. Kryvytskyj – mi sembra che sia un segno della Divina Provvidenza. Ed è ciò di cui l’Ucraina ha bisogno, perché arrivati a tre anni e mezzo di conflitto, molte persone, persino chi si è sempre definito cristiano, stanno perdendo la speranza. Spesso, dopo aver pregato ripetutamente senza ricevere risposta dal Signore, si arrendono, dicendo: ‘forse Dio non ascolta le nostre preghiere o forse Dio non esiste affatto?’ Quindi, quest’anno, riflettendo sulla parola speranza, abbiamo la possibilità di resistere davvero in questi tempi difficili”.

L’unità della Chiesa

La speranza è ciò che mantiene viva la fede che, prosegue Mons. Kryvytskyi, “durante la guerra ha raggiunto livelli completamente nuovi, perché non è solo l’ipotesi che qualcuno sia là fuori da qualche parte, ma è un rapporto speciale in questa situazione critica”.

“Mi aiuta il senso di unità della Chiesa – conclude il presule – che si vive quando, anche qui, qualcuno ci assicura di pregare sempre per noi. Le persone ci telefonano, ci scrivono, ci dicono che, nonostante tutto, continuano a essere accanto a noi. Ecco, questo spirito di unità della Chiesa arricchisce anche me ed è quello che salva i nostri giovani, li salva dalla disperazione e dalla stanchezza che tutti noi proviamo”.

Fonti: Vatican News, AgenSir

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