RMG – 15 marzo 2026: 75° anniversario della morte di Sant’Artemide Zatti

13 Marzo 2026

(ANS – Roma) – Dopo essere guarito della tubercolosi nei primi anni del 1900, Artemide Zatti ebbe sempre una salute ottima che gli permise di affrontare continui e pesanti lavori e gravi sacrifici, dedicando interamente la sua vita agli infermi e ai poveri. Solo lo zelo ardente per il bene del prossimo spiega le fatiche che egli affrontò con serenità e dedizione fino al termine della vita – 75 anni fa, 15 marzo 1951 – senza mai quasi prendersi alcun riposo.

Il suo declino iniziò il 19 luglio 1950, quando salì su una scala appoggiandosi a un muro dell’edificio per riparare alcune tubazioni dell’acqua corrente, e ribaltandosi la scala, cadde da una discreta altezza che gli causò alcune lesioni interne. Immediatamente si costatò che si trattava di qualcosa di grave e in seguito i medici scoprirono, come anche lui stesso comprese, che si trattava di un male latente che il colpo ravvivò e fece precipitare la fine dei suoi giorni. Si manifestarono i sintomi di un cancro incurabile al fegato, che si sarebbe sviluppato inesorabilmente e rapidamente fino a provocarne la morte, sei mesi più tardi.

Il 27 febbraio 1951, dietro sua insistente richiesta, gli furono amministrati il Viatico e l’Unzione degli infermi. La cronaca della casa al mese di marzo 1951 riferisce questa sua espressione: “Che bello morire da salesiano e in Patagonia!”. Ricevuti i Sacramenti, la malattia continuò il suo corso e Zatti mantenne la sua gioiosa serenità pur tra gravi sofferenze. Preparò per il dr. Sussini il certificato della propria morte: “Dottor Antonio Sussini certifica che Artemide Zatti, di 70 anni, domiciliato a Viedma, calle Gallardo s/n, figlio di Luis Zatti e Albina Vecchi, naturalizzato argentino, morì di insufficienza epatica il giorno… alle ore… nell’Ospedale San José, come consta per averlo assistito”.

Il 13 marzo ricevette una lettera dell’Ispettore, don Carlo Mariano Pérez, che gli lasciava delle commissioni per il Paradiso. Alle 6:00 del 15 marzo entrò in agonia per addormentarsi nel Signore alle 6:30. Il Direttore celebrò immediatamente la Messa. La cronaca del collegio annota che, secondo l’usanza, al mattino il campanone annunciò il suo volo al cielo: un fratello in meno in casa e un santo in più in cielo.

La salma di Zatti fu ricomposta in una modesta cassa. Cominciò il concorso della gente che durò tutto il giorno e tutta la notte, restando la cappella gremita dal tramonto all’alba. Il 16 marzo venne celebrato il funerale. La partecipazione delle autorità e del popolo fu impressionante e sentita. La semplice notizia della morte del Sig. Zatti aveva commosso gli animi dell’intera popolazione di Viedma e di una parte importante della popolazione della Patagonia, sfociando in un vero plebiscito di riconoscimento dei suoi meriti e di gratitudine verso di lui. La ragione profonda di tale concorso di popolo si esprimeva in questa affermazione: “Era un santo”.

Si realizzava ciò che Don Bosco raccomandò ai primi missionari salesiani in partenza per l’Argentina: “Prendete cura speciale degli ammalati, dei fanciulli, dei vecchi e dei poveri, e guadagnerete la benedizione di Dio e la benevolenza degli uomini”. Zatti come Buon Samaritano aveva accolto nella locanda del suo cuore e nell’Ospedale San José di Viedma i poveri, gli infermi, gli scartati dalla società. In ciascuno di essi aveva visitato Cristo, curato Cristo, alimentato Cristo, vestito Cristo, ospitato Cristo, onorato Cristo. Come testimoniò un medico dell’ospedale: “L’unico miracolo che ho visto nella mia vita è il Sig. Zatti, per la straordinarietà del suo carattere, la capacità di servizio al prossimo e la straordinaria pazienza con gli infermi”.

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