Una parrocchia alla “periferia esistenziale”
Sebbene situata nel centro di Roma, la parrocchia del Sacro Cuore si trova in quella che Papa Francesco ha spesso definito una “periferia esistenziale”. La zona intorno all’attigua stazione Termini è caratterizzata dalla presenza di migranti, richiedenti asilo e senzatetto. I media italiani all’epoca sottolinearono che la parrocchia, gestita dai Salesiani, era particolarmente attiva nell’assistenza ai rifugiati e alle persone senza un alloggio stabile.
La scelta della parrocchia da parte di Francesco non fu quindi casuale. Fin dall’inizio del suo pontificato – segnato in modo significativo dalla sua visita a Lampedusa nel luglio 2013, dove aveva denunciato la “globalizzazione dell’indifferenza” – egli fece della difesa dei migranti una priorità pastorale fondamentale. La visita al Sacro Cuore deve essere letta in questo più ampio contesto magisteriale: una Chiesa che rifiuta l’indifferenza e che invece si fa prossima.
Incontri concreti: volti, non categorie
Prima di celebrare la Messa, Papa Francesco volle incontrare in privato gruppi di migranti, rifugiati, senzatetto e volontari. Secondo quanto riportato, li salutò personalmente e ascoltò le loro storie, chiedendo loro, come faceva spesso, di pregare per lui. Questi scambi furono semplici, ma profondamente teologici: la reciprocità aveva sostituito il paternalismo; i poveri non erano “oggetti” di carità, ma soggetti di fede.
Il discorso dell’Angelus pronunciato lo stesso giorno delineò l’orizzonte pastorale della visita. In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, Francesco ricordò ai fedeli che i migranti sono “vicini al cuore della Chiesa” e ha invitato a pregare per coloro che vivono “nelle situazioni più gravi e difficili”. La sua presenza fisica in una “parrocchia di immigrati” vicino a Termini rese visibile ciò che aveva proclamato da Piazza San Pietro: il Vescovo di Roma va incontro al suo popolo dove vive e lotta.
In continuità con il suo successivo messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, in cui avrebbe affermato che i migranti e i rifugiati hanno “un posto speciale nel cuore della Chiesa”, la visita del 2014 incarnò una convinzione pastorale: la Chiesa allarga il suo cuore quando accoglie lo straniero.
Un’omelia kerigmatica: l’Agnello che toglie il peccato
Se i suoi gesti parlavano in termini sociali, la sua omelia parlava in termini evangelici: chiara, semplice e incentrata interamente su Cristo. Predicando su Giovanni 1,29, Francesco ripetè la proclamazione del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”.
Il Santo Padre si soffermò sul paradosso dell’Agnello: debole, mite e gentile, eppure portatore del peso del peccato del mondo. Gesù vince non con la forza, ma “con l’amore” e “con la mitezza”. Con parole che risuonarono profondamente in una parrocchia al servizio dei feriti della città, insistette sul fatto che Cristo prende su di sé “tutti i nostri peccati”, anche quelli che sentiamo troppo pesanti da portare.
Il Papa contrappose la fiducia che riponiamo prontamente nei medici o nelle istituzioni alla fiducia che spesso neghiamo a Dio, esortando i fedeli: “Abbiate fiducia nel Signore... Lui non delude mai. Mai, mai!”. Rivolgendosi direttamente ai giovani, ripetè questa rassicurazione, presentando la fiducia in Cristo come “la chiave del successo nella vita”. Il tono era inequivocabilmente salesiano: Cristo vicino ai giovani, Cristo che non delude.
Infine, concluso con un invito contemplativo: chiudere gli occhi, immaginare la scena al Giordano, ascoltare di nuovo le parole “Ecco l’Agnello di Dio” e parlare personalmente a Gesù in silenzio. Era una catechesi come incontro: la fede non come teoria, ma come relazione.
Una lettura salesiana della visita
Da una prospettiva salesiana, la visita del 2014 rivela una profonda consonanza tra la visione pastorale di Papa Francesco e il carisma di Don Bosco. Il Sacro Cuore – storicamente legato all’ultima missione romana di Don Bosco – oggi vive la sua fedeltà non solo nella memoria, ma nella missione: corsi di lingua italiana, percorsi professionali, accoglienza e accompagnamento per i migranti e i senzatetto nei dintorni di Termini.
La presenza di Francesco ha confermato pubblicamente questo lavoro. Incontrando migranti, senzatetto e volontari, il Pontefice sottolineò l’arricchimento reciproco che si verifica quando i giovani rifugiati e i giovani locali servono fianco a fianco. La parrocchia diventa, allora, non solo un fornitore di servizi, ma un laboratorio di comunione.
Scegliendo il Sacro Cuore nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, il Papa offrì più di una visita pastorale; mise in atto un’ecclesiologia. La Chiesa non è una “cittadella assediata”, ma una casa accogliente. Ed è più forte quando assomiglia all’Agnello: mite, vicina ai piccoli, vicina ai poveri.
L’Agnello alla periferia
La visita del 19 gennaio 2014 rappresenta una prima, luminosa sintesi del pontificato di Francesco: predicazione incentrata su Cristo, misericordia concreta e vicinanza preferenziale ai migranti e agli emarginati. In una parrocchia salesiana all’incrocio di Roma, il Vescovo di Roma rese visibile una Chiesa che va avanti.
“Ecco l’Agnello di Dio”. Quel giorno, al Sacro Cuore, l’annuncio non fu solo ascoltato dall’ambone, ma venne incarnato in gesti di accoglienza, nella preghiera condivisa e in una rinnovata fiducia che il Signore mite e buono cammina con il suo popolo, specialmente con chi è in cammino.
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